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Vertigo Conversations


GWENN JOYAUX

(director of TOMORROW ISLAND)

Pensi che le tue radici multiculturali abbiano influenzato in qualche modo la tua produzione artistica?

Ha influenzato la mia vita! Suppongo che mi abbia insegnato a essere flessibile, ad adattarmi a nuove circostanze, a giudicare meno e a cercare di capire di più. Mi ha reso estremamente curiosa perché cambiare continuamente cultura, paese, città, ti forza a cercare nuovi modi per adattarti. Ma non ci si adatta mai al 100%, in qualche modo ti senti sempre sradicata, ma va bene così. Mi ha insegnato a sopravvivere ai bulli (per una bambina non è per niente facile affrontare tutti questi trasferimenti).Credo che la sopravvivenza, la resilienza e la ricerca di qualcosa da poter chiamare "radici" stanno al centro delle storie che racconto.


Qual'è stata la tua prima esperienza da regista?

La prima volta che ho fatto da regista è stato a scuola, al mio secondo anno (la laurea in Argentina dura 5 anni). E' stato incredibile, eccitante, una sfida stimolante. Avevo 18 anni e mi sembrava un sogno. Il periodo di riprese è durato parecchi weekend, per ritrovarmi con un cortometraggio di 10 minuti, così criptico che ancora oggi non capisco cosa stavo cercando di comunicare.
Alla mia prima scuola mancava una buona base di narrazione. Era un' Università di Belle Arti e la mia prima produzione ha avuto una natura molto sperimentale. Con il tempo, la pratica, l'esperienza di lavoro nell'ambiente e lo studiare in altre università, sono riuscita ad avvicinarmi allo stile narrativo che ho sempre voluto raggiungere. 


Quali sono i tre registi che pensi ti abbiano influenzato di più?

Non posso dire in che modo questi registi abbiano influenzato il mio lavoro - forse adoro semplicemente i loro film: Martin Scorsese, Christoffer Boe e Lynne Ramsay.


Parliamo di Tomorrow Island: come è cominciato il progetto?
Come hai trovato i finanziamenti?

Tomorrow Island è la mia tesi di Master, ed è prodotto dall'università Consortium, Kinoeyes, come parte del programma di mobilità Erasmus+. Il budget viene dalla scuola, oltre che a una raccolta di fondi su Kickstarter. Il progetto è cominciato dopo aver sentito la notizia sulle isole Diomedes, nella sezione turistica del giornale locale che leggo spesso (Argentino).
Quello che ha attirato la mia attenzione è stata la differenza di orario tra le isole: 24 ore per 3 kilometri di distanza tra le due. Mi ha lasciato sbalordita!

Ho poi commentato l'articolo in una delle lezioni, aggiungendo delle altre informazioni che avevo trovato: nel 1987, un nuotatore americano ha nuotato da un'isola all'altra per chiedere la fine della guerra fredda. Dopo il corso, Ana Falcon, che stava frequentando il Master come sceneggatrice, mi ha avvicinato perché voleva sviluppare una storia su questo soggetto. E' così che abbiamo cominciato a lavorare insieme sul progetto.

Il pubblico ha particolarmente apprezzato la performance di Daryna Butryk.
Perché hai scelto lei come personaggio principale? Avevate già lavorato assieme?

Daryna e io eravamo fidanzate al tempo. Ci eravamo incontrate lavorando ad uno spot pubblicitario a Buenos Aires, e prima di andare a Lisbona a studiare, avevamo deciso di girare qualcosa assieme. Diciamo un progetto di addio.
Ha scritto una storia con una sua amica e me l'ha presentata. Entrambe volevano recitare, insieme, così abbiamo raggruppato degli amici e l'abbiamo girato. E' stata la nostra prima collaborazione, e l'abbiamo apprezzata dall'inizio alla fine. Una volta in Scozia, Ana ha sviluppato una prima bozza per Tomorrow Island, e dato che Daryna sarebbe venuta a trovarmi, ho detto al produttore che volevo farle fare un provino. Finimmo per girare un teaser in un giorno.

I produttori lo adorarono, così ho potuto includere anche lei nelle riprese che abbiamo fatto in Estonia. Ha davvero del talento ed è stata una partner perfetta con cui lavorare.

Com'è stato dirigere un cortometraggio in una lingua diversa dalla tua?

Mi sono fidata del gruppo e del cast. Eravamo più di 30 persone da 17 paesi diversi. Sul set, c'erano 14 lingue parlate. E' stata la più bella e variegata esperienza che abbia mai avuto. Darya è russa madrelingua (è Ucraina), ma parla fluenemente lo spagnolo, quindi con lei non c'erano problemi di comunicazione. Il mio secondo assistente, Denis Emelin, è russo. Con lui potevo parlare in inglese e lui traduceva per me agli attori russi ed estoni. Mya Gaydarova è bulgara, con lei comunicavamo in inglese

Il modo per costruire la fiducia di cui avevamo bisogno con e tra gli attori è stato provando tanto. Durante due settimane abbiamo provato ogni giorno, per almeno 8 ore. Li facevo recitare tra di loro, piuttosto che fargli dire le battute. Per me le battute non erano un problema, come lo era la differenza culturale. Daryna e io siamo cresciuti in una cultura latina molto aperta; per noi il contatto, gli abbracci, i baci tra persone che conosci a malapena sono normali. Non reagiamo al contatto umano come nei paesi baltici.

Ho notato questa differenza mentre vivevo a Tallinn. Il non poter abbracciare una persona per salutarla è stato un incubo durante l'anno e mezzo in cui ho vissuto lì. Ogni volta che chiedevo a qualcuno se potevo abbracciarlo, ricevevo un "NO!" secco come rifiuto (l'unica persona che ha detto di sì, sorprendendomi, è stata la direttrice artistica... è estone ma ha vissuto in Messico, dove ha imparato ad apprezzare gli abbracci).

Inoltre, per me e Daryna la comunità LGBT+, e i loro diritti, fanno parte della nostra cultura, ma per estoni, russi e bulgari non è così naturale. C'erano parecchi muri da abbattere per far funzionare la performance, e ad essere onesti la lingua non era la cosa più importante.

Dove avete girato il corto?

Lo abbiamo girato a Topu, Laanemaa, nella costa ovest estone. Molto di quello che vedete in quei campi lunghi è il mar Baltico ghiacciato.

Perché hai scelto questo particolare momento e contesto?

Ana Falcon è messicana, voleva scrivere qualcosa che parlasse in qualche modo di frontiere, di muri. Voleva affrontare questa questione che sta colpendo gravemente il nostro paese. L'inizio della guerra fredda è il momento storico perfetto per creare una storia che affronta questo argomento.

Il contesto è dato dall'ambientazione: alla fine del diciottesimo secolo, una delle isole Diomede fu comprata alla Russia dal governo dell'Alaska. Prima dello scoppio della Guerra Fredda, c'erano delle famiglie che vivevano tra le due isole. Nel 1947, quelle che vivevano nella Diomede russa furono deportati nei campi di concentramento in Siberia. Oggi queste famiglie, bloccate nel lato americano, stanno ancora cercando di trovare e ricongiungersi con i sopravvissuti in Russia. Questa missione è resa difficile dal fatto che il confine tra le due isole è ancora chiuso.

Personalmente, credo che i confini siano senza senso, in quanto sono stati creati principalmente per dividere, e per separare le persone da ciò che amano

In una delle sue brevi storie, Galeano dice:"la mappe dell'anima e del tempo non hanno confini". Penso che i confini, come affrontati nel corto, non portino altro che guerra e conflitti. Mi piacerebbe che il pubblico, dopo aver visto il corto, possa riconsiderare il concetto di confine, e magari accettare il fatto che la divisione e l'esclusione non ci rende né più felici, né ci fa stare al sicuro; non solo in termini di geografia, ma principalmente nel pensiero.

E' questo che è al centro della storia: quanto danno posso fare le divisioni interne.



Pensi che una storia d'amore tra due donne possa al giorno d'oggi, toccare la sensibilità di tutti gli spettatori?

Recentemente ho letto che Netflix ha bloccato alcuni followers del suo account di Twitter, che si lamentavano del fatto che la piattaforma avesse troppi contenuti gay. La risposta quindi è no, ahimé. Ma la rappresentazione è importante, e poco a poco si può arrivare a un cambiamento. Mi sarebbe piaciuto aver guardato più contenuti queer durante la mia crescita... mi avrebbe aiutato un sacco.


Ci vuoi raccontare un momento del set che ti ricordi particolarmente?

Beh, come vi dicevo abbiamo girato nel mar Baltico ghiacciato. Uno dei particolari modi adottati dalla crew durante le riprese era che ogni tanto qualcuno urlava:"Ho sentito crack!". Tutti allora correvamo in posti diversi per distribuire il peso sul ghiaccio. Possiamo dire che ci siamo allenati al distanziamento sociale attuale.



traduzione Eugenio Franzitta